Il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) rappresenta per molti lavoratori una riserva economica fondamentale.
Pochi sanno che questa somma non è sempre intoccabile e può essere soggetta a pignoramento, con regole e limiti precisi imposti dalla legge italiana. Alla luce delle più recenti normative e sentenze, è importante fare chiarezza su quando e in che misura il TFR può essere aggredito dai creditori, sia privati che pubblici.
Contrariamente a quanto si crede, il TFR può essere pignorato anche prima della fine del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha stabilito che, nonostante il lavoratore non abbia ancora ricevuto materialmente la liquidazione, il credito maturato è certo e liquido, quindi può essere sottoposto a pignoramento presso il datore di lavoro, che funge da terzo pignorato. In questa fase, l’azienda è obbligata a comunicare al giudice l’ammontare del TFR accumulato dal lavoratore, ma il pagamento al creditore avverrà solo al momento della cessazione dal servizio.
Il limite massimo di pignoramento è generalmente pari a un quinto della somma totale maturata. Tuttavia, per debiti fiscali e cartelle esattoriali si applicano limiti più articolati, con percentuali che vanno da un decimo a un quinto a seconda dell’ammontare del debito. In caso di debiti alimentari, come assegni di mantenimento, il giudice può autorizzare una quota superiore, purché la somma complessiva pignorata non superi la metà del TFR.
Il calcolo della quota pignorabile si basa sul valore netto del TFR, cioè dopo la detrazione di tasse e contributi previdenziali, per evitare un prelievo eccessivo che possa compromettere la sussistenza del lavoratore.
Effetti del pignoramento sul TFR già accreditato e sulla liquidazione
Se il TFR è già stato versato sul conto corrente del lavoratore, la tutela si sposta sulle somme accreditate. In questo caso, fino a un valore pari al triplo dell’assegno sociale – che per il 2025 è di circa 1.616 euro – il saldo è impignorabile. Oltre questa soglia, la banca deve bloccare la quota spettante al creditore. Se l’accredito del TFR avviene dopo la notifica del pignoramento, il lavoratore deve dimostrare l’origine di quei fondi per evitare che vengano bloccati risparmi di altra natura.
Anche il TFR versato a un fondo pensione complementare gode di una protezione temporanea: le somme accumulate nel fondo sono impignorabili fino al momento della liquidazione, quando però tornano aggredibili entro i limiti di legge.
La normativa tutela anche il lavoratore nel caso in cui il datore di lavoro abbia crediti nei suoi confronti. Una recente sentenza della Cassazione (Cass. 357/2024) ha confermato che non è possibile compensare il TFR con debiti commerciali del lavoratore verso l’azienda oltre la quota del quinto, garantendo così un livello minimo di protezione economica.

Implicazioni pratiche e tutele per il debitore (www.trapanisiannu.it)
Il pignoramento del TFR, pur essendo un meccanismo previsto dalla legge, può avere conseguenze significative sulla vita economica del lavoratore. Per questo motivo, la legge consente in molti casi di negoziare con il creditore un piano di rientro o una rateizzazione del debito. In particolare, per i debiti fiscali, l’Agenzia delle Entrate offre la possibilità di piani di ammortamento fino a 72 rate mensili e anche oltre in caso di comprovata difficoltà economica, consentendo così di sospendere o estinguere la procedura esecutiva.
Nel caso di più pignoramenti simultanei, il giudice deve coordinare le richieste, rispettando l’ordine cronologico e tutelando la situazione economica del debitore, che può richiedere una riduzione proporzionale delle quote per evitare un prelievo eccessivo.
Se il datore di lavoro fallisce o è insolvente, il lavoratore può attivare il Fondo di garanzia INPS, che interviene per riconoscere e pagare il TFR dovuto, senza necessità di procedure complesse per somme inferiori a 30.000 euro, come stabilito da una recente ordinanza della Cassazione (Cass. ord. 19045/2025).
Rischi e strategie legate al saldo e stralcio in pre-asta
Parallelamente alla questione del pignoramento del TFR, molti debitori in difficoltà valutano la possibilità di vendere il proprio immobile a saldo e stralcio, soprattutto in pre-asta, per liberarsi dai debiti. Questa pratica, sebbene appaia come una soluzione rapida, comporta diversi rischi e spesso nasconde interessi poco trasparenti.
Il saldo e stralcio consiste nella vendita dell’immobile a un terzo che paga direttamente il creditore per far cessare il pignoramento, liberando il debitore dal debito residuo. L’immobile però viene perso, e spesso a un valore inferiore rispetto al mercato reale. Inoltre, molte offerte di assistenza in questo ambito sono gestite da soggetti non qualificati, che possono approfittare della situazione di difficoltà del debitore, richiedendo compensi sproporzionati o proponendo condizioni svantaggiose.
Chi intende procedere con questa soluzione deve pertanto affidarsi a professionisti esperti, come avvocati specializzati in diritto immobiliare, per valutare tutte le alternative possibili e tutelare i propri interessi, anche nel tentativo di mantenere la proprietà attraverso accordi di riacquisto o patti di permanenza nella casa.








