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Il castello italiano che nasconde l’Oriente in ogni stanza: un piccolo tesoro lontano dal turismo di massa

Castello di Sammezzano
Alla scoperta del Castello di Sammezzano - (trapanisiannu.it)

Racconta secoli di storia tra nobili famiglie, arte moresca e progetti di recupero per restituirgli l’antico splendore

Questa dimora storica, oggi in parte trascurata ma oggetto di numerose iniziative di valorizzazione, racconta una storia millenaria fatta di nobiltà, arte e intrighi politici legati alle più importanti famiglie storiche.

Attualmente il castello versa in uno stato di semiabbandono, mentre associazioni e comitati locali lavorano incessantemente per il suo recupero e la sua valorizzazione come patrimonio unico del Made in Italy.

Il passato illustre del Castello di Sammezzano

Nel cuore della Toscana, immerso tra le dolci colline del Valdarno, si erge l’incantevole Castello di Sammezzano, un capolavoro architettonico che fonde la suggestione dell’Oriente con la ricca tradizione italiana. Il castello appartenne inizialmente alla famiglia fiorentina dei Gualtierotti fino al 1488, per poi passare nelle mani di figure di spicco come Bindo Altoviti e Giovanni de’ Medici. Nel 1564, il Granduca Cosimo I de’ Medici istituì la “bandita di Sammezzano”, un vasto territorio sottoposto a rigorose norme di caccia e pesca, e donò la tenuta al figlio Ferdinando, che sarebbe poi diventato Granduca di Toscana.

Durante il Seicento, il maniero fu acquisito dalla nobile famiglia degli Ximenes d’Aragona e, nel 1816, passò ai Panciatichi. La struttura, con la sua facciata ispirata al Taj Mahal e gli interni decorati richiamanti la celebre Alhambra di Granada, è composta da 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno. Ogni ambiente è un unicum artistico: spiccano la sala dei Pavoni, la galleria tra la sala degli Specchi e l’ottagono del Fumoir, la sala Bianca e la cappella privata, che insieme formano un labirinto di colori e stili.

Castello colline Valdarno

Il castello è immerso tra le colline del Valdarno – (trapanisiannu.it)

Dopo la morte del Marchese Ferdinando, il castello subì un lungo periodo di abbandono, aggravato dai saccheggi della Seconda Guerra Mondiale. Trasformato in hotel di lusso nel dopoguerra, rimase attivo fino al 1990, quando una società inglese ne tentò la riqualificazione, interrotta però dalla crisi finanziaria dei proprietari.

Tra i personaggi storici legati al castello, spicca la figura di Bindo Altoviti (1491-1557), banchiere di origine fiorentina ma attivo principalmente a Roma, dove fu uno dei più influenti finanziatori della corte papale del suo tempo. Figlio di Antonio Altoviti e Dianora di Clarenza Cibo, nipote di Papa Innocenzo VIII, Bindo ereditò un vasto patrimonio e lo ampliò abilmente, diventando un protagonista dell’economia rinascimentale e un importante sostenitore politico.

Conosciuto per le sue posizioni antimedicee, Bindo intrecciò rapporti complessi con i Medici, pur mantenendo un ruolo di rilievo nel tessuto politico e finanziario fiorentino e romano. Fu protettore di artisti come Raffaello, Michelangelo, Benvenuto Cellini e Giorgio Vasari, commissionando opere che ancora oggi testimoniano il suo mecenatismo. Michelangelo, in particolare, gli offrì in dono un cartone per la volta della Cappella Sistina e altri disegni, segno della profonda stima reciproca.

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