La Cassazione chiarisce i confini tra abuso e reato: minacce, licenziamenti punitivi e mancati pagamenti possono configurare estorsione anche nei rapporti irregolari.
Una recente sentenza della Corte Suprema di Cassazione ha nuovamente acceso i riflettori su un tema delicato e di grande attualità nel mondo del lavoro: quando le condotte vessatorie del datore di lavoro sfociano nel reato di estorsione. In un contesto in cui i rapporti tra dipendenti e datori di lavoro possono essere caratterizzati da squilibri di potere e da pressioni indebite, la giurisprudenza conferma la necessità di tutelare con fermezza i diritti dei lavoratori, anche nel caso di rapporti di lavoro irregolari o sommersi.
Il caso emblematico del panificio di Palermo
La vicenda che ha portato alla sentenza n. 37362/2025 riguarda un titolare di un panificio palermitano, condannato a oltre tre anni di reclusione, a una multa di 850 euro e al risarcimento danni per aver posto in essere comportamenti estorsivi ai danni dei propri dipendenti. L’uomo si era macchiato di gravi abusi, tra cui il licenziamento ingiustificato di un dipendente che aveva contestato la retribuzione inferiore a quanto pattuito per il lavoro domenicale.

Licenziamento illegittimo – Trapanisiannu.it
Ancora più grave la situazione di una lavoratrice mantenuta in nero, che non aveva mai ricevuto alcun compenso né contributi previdenziali. Quando la donna ha chiesto di essere regolarizzata e pagata, è stata licenziata con modalità intimidatorie. La condanna definitiva della Cassazione sancisce che tali condotte, in cui il datore di lavoro sfrutta la propria posizione gerarchica per ottenere vantaggi economici ingiusti attraverso minacce e licenziamenti punitivi, configurano il reato di estorsione sul lavoro.
La Corte di Cassazione ha ribadito i criteri fondamentali per riconoscere il reato di estorsione in ambito lavorativo, che si verifica in presenza di alcune condizioni precise:
- Il rapporto di lavoro deve essere già instaurato, anche se irregolare o in nero.
- Il datore di lavoro modifica unilateralmente le condizioni economiche del contratto, imponendo salari inferiori, rinunce a ferie, straordinari o TFR, o effettuando trattenute indebite senza il consenso effettivo del lavoratore.
- Vi è una minaccia, esplicita o velata, di licenziamento o di altre sanzioni.
- Il datore di lavoro trae un ingiusto profitto a discapito del dipendente, ad esempio risparmiando indebitamente su stipendi e contributi.
La sentenza evidenzia inoltre un meccanismo particolarmente insidioso: quello della busta paga gonfiata, in cui viene dichiarata una retribuzione superiore a quella realmente corrisposta. Questo sistema non solo riduce l’effettivo incasso del lavoratore ma lo espone anche a conseguenze fiscali negative, poiché le tasse sono calcolate su un imponibile fittizio.
È importante sottolineare che, secondo la giurisprudenza più recente, non si può parlare di estorsione quando un datore di lavoro prospetta condizioni contrattuali svantaggiose prima della firma del contratto. In tale fase il lavoratore non ha ancora maturato alcun diritto economico o previdenziale e, se rifiuta l’offerta, perde semplicemente l’opportunità di impiego.
L’estorsione si configura invece quando, una volta avviato il rapporto di lavoro, il datore impone modifiche unilaterali e minaccia il licenziamento o altre ritorsioni per ottenere vantaggi economici illeciti.
La sentenza n. 37362/2025 sottolinea come le condizioni strutturali del mercato del lavoro possano alimentare situazioni di estorsione. In un mercato con un’offerta di lavoro superiore alla domanda, i lavoratori si trovano in una posizione di debolezza che può essere sfruttata dai datori. La paura della perdita del posto diventa così uno strumento di pressione per imporre condizioni peggiorative, trasformando il potere direttivo in vera e propria coercizione.
Nei procedimenti per estorsione sul lavoro spesso le prove si basano sulle testimonianze dei lavoratori, raccolte in ambienti privati o aziendali. La Corte di Cassazione ha ribadito che tali dichiarazioni sono sufficienti a fondare una condanna se risultano coerenti, dettagliate e credibili, anche in assenza di testimoni esterni o documenti ufficiali.
Questa interpretazione rafforza la tutela del lavoratore, riconoscendo valore probatorio a fonti interne e a situazioni di lavoro irregolare, spesso difficili da documentare in altro modo.








