Come riconoscere i sintomi dell’infarto: ecco quali sono i segnali da non sottovalutare, i fattori di rischio e le strategie di prevenzione.
L’infarto miocardico acuto e l’arresto cardiaco rappresentano tra le più gravi emergenze cardiovascolari che richiedono un intervento tempestivo e preciso. Spesso confusi nel linguaggio comune, questi due eventi presentano caratteristiche e implicazioni cliniche distinte, come chiarito dal dottor Davide Romagnolo, cardiologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Sintomi e riconoscimento precoce dell’infarto
L’infarto miocardico si verifica quando l’apporto di sangue a una porzione del cuore viene interrotto, generalmente a causa della rottura di placche aterosclerotiche nelle arterie coronarie. Questa ostruzione provoca una riduzione dell’ossigeno al muscolo cardiaco con conseguente necrosi tissutale irreversibile. Durante l’evento, il paziente rimane normalmente cosciente e può avvertire sintomi premonitori che, se riconosciuti rapidamente, permettono di attivare i soccorsi e ricevere trattamenti salvavita come l’angioplastica coronarica.
Diversamente, l’arresto cardiaco è un evento improvviso e drammatico caratterizzato dalla cessazione dell’attività cardiaca efficace, con conseguente perdita di coscienza e assenza di respiro autonomo. Può essere causato da gravi aritmie o da condizioni meccaniche che compromettono la funzione cardiaca. L’arresto cardiaco richiede una rianimazione immediata, comprensiva di massaggio cardiaco e defibrillazione, per evitare danni cerebrali irreversibili e morte.
Sebbene l’arresto cardiaco possa essere conseguente a un infarto, non sempre i due eventi si sovrappongono: non tutti gli infarti sfociano in un arresto cardiaco e viceversa.
Il riconoscimento tempestivo dei sintomi è fondamentale per migliorare la sopravvivenza. Secondo un recente studio presentato al congresso della European Society of Cardiology, solo poco più della metà delle persone colpite da infarto riconosce i sintomi in tempo utile, con un impatto significativo sui tassi di mortalità intra-ospedaliera (1,5% nei riconoscitori contro 6,7% in chi arriva tardi).

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Il sintomo più comune e significativo è una sensazione di oppressione o peso al petto, spesso descritta come una morsa che dura più di dieci minuti e può irradiarsi verso spalle, braccia (predominantemente sinistra), collo, mascella e schiena. Sintomi associati includono nausea, dolore addominale, respiro affannoso, sudorazione fredda, vertigini e malessere generale. Tuttavia, l’infarto può manifestarsi anche in forma silente, soprattutto in pazienti diabetici, o esordire direttamente con un arresto cardiaco.
I medici sottolineano l’importanza di chiamare il 112 appena si sospetta un infarto, per attivare la catena del soccorso e garantire un trattamento tempestivo.
Fattori di rischio, prevenzione, diagnosi e trattamento dell’infarto
Tra i fattori di rischio non modificabili per l’infarto vi sono l’età avanzata, il sesso maschile, la familiarità e alcune caratteristiche etniche. Quelli modificabili comprendono il fumo di sigaretta, l’ipertensione arteriosa, livelli elevati di colesterolo LDL e trigliceridi, diabete, obesità, sindrome metabolica, sedentarietà, stress prolungato, esposizione a inquinamento ambientale e uso di sostanze stupefacenti. Condizioni cliniche come insufficienza renale, apnee notturne, malattie infiammatorie croniche (artrite reumatoide, psoriasi) e trattamenti come la chemioterapia aumentano ulteriormente il rischio.
La prevenzione primaria si basa su uno stile di vita sano: alimentazione equilibrata ricca di frutta, verdura e cereali integrali, attività fisica regolare, controllo dei parametri cardiovascolari (pressione, colesterolo, glicemia), cessazione del fumo e gestione dello stress attraverso tecniche di rilassamento.
La diagnosi di infarto si fonda sull’analisi dei sintomi, esami del sangue con marcatori di danno cardiaco (troponina), elettrocardiogramma (ECG) e ecocardiogramma. La coronarografia urgente permette di localizzare l’occlusione coronarica e di procedere con l’angioplastica, intervento che oggi rappresenta lo standard di cura per limitare l’estensione del danno miocardico.
Nei casi in cui la sala di emodinamica non sia immediatamente accessibile, è possibile ricorrere a farmaci fibrinolitici per sciogliere il trombo, sebbene l’angioplastica rimanga fondamentale per prevenire recidive. Dopo il trattamento, i pazienti vengono attentamente monitorati in terapia intensiva coronarica e avviati a terapie farmacologiche con antiaggreganti, statine, beta-bloccanti e ACE-inibitori per ridurre il rischio di nuovi eventi e limitare le complicanze.








